Un elefante bianco tra due chiese

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Questo post di Luca Sofri mi ha fatto tornare in mente molte sensazioni che non mi abbandonano nonostante io non viva più in Italia. Informandomi ogni giorno sui fatti che muovono il mio paese non posso fare a meno di provare sensazioni molto simili. da quando a vivo all’estero mi sembra sempre più evidente che il problema principale dell’Italia sia talmente ovvio da essere invisibile, il tipico elefante bianco.

L’Italia non è un paese laico. Detto così pare un’ovvietà, visto l’influenza del Vaticano nella vita quotidiana nel paese, ma se il problema fosse solo lì sarebbe tutto più facile. Oltre ai molti che vivono sotto l’influenza del cattolicesimo, in Italia altrettanti hanno un rapporto religioso con l’idea del comunismo. Dico “idea del comunismo” invece che “comunismo” perché in pochi si dichiarerebbero comunisti oggi, ma nonostante questo la forza con cui il pensiero marxista domina i ragionamenti intellettuali nel paese è ancora straordinaria, e si estende anche alla mia generazione, ai ventenni, per i quali troppo spesso criticare apertamente il concetto di “comunismo” pare una bestemmia. E’ una paura quasi irrazionale, simile a quella che si legge negli occhi di un religioso quando sente insultare la sua divinità. 

Queste due chiese danno grandissimo valore all’essere morigerati, mettono davanti il bene di tutti al bene individuale, e celebrano il sacrificio. Celebrano il restare in vita, non vivere. Avere successo non è educato se non è vissuto con una certa quantità di senso di colpa, e deve essere accompagnato da una sana dose di frasi di circostanza che dimostrino la consapevolezza che ci sia gente che soffre e che celebrare i propri risultati in maniera troppo aperta non è educato. Il discorso di Pacino in Ogni Maledetta Domenica non funzionerebbe per questo: celebra andare avanti, combattendo, senza mai scusarsi. Un concetto assurdo nelle due chiese, le quali correnti di pensiero rendono molto facile mettere da parte le proprie responsabilità: fino a che si fa qualcosa per il collettivo, tutto va bene, la coscienza è a posto. Se poi le cose vanno male è colpa del collettivo. Così che una delle più inquietanti regole non scritte in Italia si possa riassumere con il concetto di “se lo fanno tutti va bene, anche se è sbagliato”.

Sofri dice quindi che un buon motto per l’Italia sarebbe “non siamo mai stati un grande paese, ma cominciamo ad esserlo”. Corretto, giusto, ma non credo che funzionerebbe, perché permette a tutti gli italiani di nascondere il loro ruolo dietro ad un “sistema paese” al quale è troppo facile dare la colpa dei propri fallimenti. Serve una presa di responsabilità individuale. Una delle letture più belle e potenti che abbia fatto nel mio paese è “Più Mondi” di Franco Bolelli, che probabilmente avranno letto in cinque. Ma il pensiero di Bolelli, energetico e ostinatamente puntato in avanti, è uno dei motivi per cui ho ancora fiducia nell’Italia. Bolelli cita una frase di Tom Robbins: “Stanchi di aspettare che il mondo migliori, vivere come se quel giorno fosse già qui”. ecco, questo dovrebbe essere inciso sulla costituzione italiana. E’ necessario capire che far parte di una collettività vuol dire prima di tutto nutrire sé stessi senza scuse, e prendere in mano il proprio destino senza lamentarsi del piove governo ladro. Dare forza alla collettività è impossibile se non si dà prima forza a sé stessi.

One Response to “Un elefante bianco tra due chiese”

  1. gran lettura, analiticamente parlando centra il bersaglio in pieno. il problema grosso è che una larga parte la gioca anche l’inciviltà eretta a sistema che si spartisce il potere, creando di fatto un regime di noncuranza quotidiana (parlo di cose tanto banali quanto fondamentali).

    nei gesti di ogni giorno, un buon 80% delle persone con cui ho a che fare ogni giorno a lavoro si ritiene al di sopra di qualsiasi responsabilità nei confronti dell’ambiente che le circonda, della terra che caplestano, delle persone che incontrano.

    è una insidiosa forma di egoismo sociale che è l’esatto opposto di quel “culto dell’ego” che giustamente promuovi nel post.

    forse il concetto di collettività da queste parti non è MAI stato apprezzato.

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