Videocracy – viaggio allucinante nella televisione italiana
Questo pezzo è il primo di una serie di recensioni riproposte dalla rubrica Cineteca di Sardinews, che curo da qualche anno.
Il genere documentario è tornato alla ribalta da quasi un decennio, grazie al successo dei film “di denuncia” di Michael Moore. Il fenomeno ha colpito anche l’Italia, ma Videocracy è un caso anomalo: un film sull’Italia, diretto da un italiano, prodotto e concepito in Scandinavia. Diretto da Erik Gandini, italiano trapiantato in Svezia da più di vent’anni, con una coproduzione svedese e danese, il documentario è un viaggio nel mondo della televisione italiana, un racconto dell’impero culturale con cui Silvio Berlusconi ha plasmato il paese di cui è divenuto presidente.
Tutto comincia con un giovane aspirante “star” della TV. Ha intorno ai trent’anni, lavora in una fabbrica e vive con la madre, pratica arti marziali, canta e balla. I suoi idoli sono Jean Claude Van Damme e Ricky Martin, e il suo obiettivo è diventare un misto tra i due per conquistare la televisione. La sua vita è finalizzata a sfondare nel mondo dello spettacolo perché, dice, se non arrivi lì non sei nessuno. Gandini ci fa entrare in questo mondo per vedere cosa sta dietro la terra promessa. Insieme a un gruppo di collaboratori scandinavi è entrato nell’epicentro del mondo dello spettacolo italiano, la Costa Smeralda, dove ha incontrato personaggi di grande potere. Uno di loro è Lele Mora, l’agente televisivo più influente in Italia, un uomo che può creare star dal nulla, la cui casa è completamente bianca, come l’ultima scena di 2001 Odissea nello Spazio. Il parallelo non è casuale, è un esempio della grande cura riposta alle immagini del documentario, sospeso tra realtà e suggestioni surreali. Gandini narra il film con un tono fiabesco, sornione, mentre la fotografia di Manuel Alberto Claro e Lukas Eisenhauer offre una prospettiva lucida, sobria e glaciale. E’ un contrasto di grande efficacia, che evita la retorica per far parlare il più possibile le immagini: il film è coprodotto dalla Zentropa di Lars Von Trier, e l’influenza del regista danese si fa sentire in molti passaggi, quando il tono da fiaba vira verso il grottesco ed si trasforma in horror.
Non è un film che lascia indifferenti, e poco prima che venisse distribuito in Italia ha subito fatto discutere. Mentre il film veniva presentato al festival di Venezia, Videocracy è stato ostracizzato dalla RAI, che si è rifiutata di trasmettere il trailer del film perché “lesivo all’immagine di Silvio Berlusconi”. La scelta potrebbe essere motivata da una scena in cui Lele Mora elogia Berlusconi appena prima di mostrare compiaciuto i video di canzoni fasciste salvate nel suo cellulare; o per un momento in cui il regista del Grande Fratello dichiara di esser stato costretto a chiudere la sua trasmissione in anticipo in modo da non farla sovrapporre all’intervento del premier a Porta a Porta. L’unica sicurezza è che per Videocracy sono state utilizzate misure ancora più severe che nel caso di Viva Zapatero di Sabina Guzzanti e del Caimano di Nanni Moretti, film molto più diretti nel loro essere “contro” Berlusconi. Ma a differenza di questi due film, diretti da due noti personaggi “di sinistra”, il film di Gandini ha un approccio difficile da ricondurre ai manierismi dell’opposizione italiana. E’ un racconto da fuori, come sottolinea la prima scena, una lenta discesa dal cielo dei satelliti televisivi verso i giardini della periferia italiana. Sembra fatto apposta per raccontare il nostro paese ai curiosi del resto del mondo, ma per un italiano è un punto di vista inusuale, particolarmente efficace, intenso e lucido. Ricorda non poco Gomorra (il libro) per il modo in cui guarda con fascino e curiosità alle figure di coloro che hanno preso in mano il sistema e lo stanno spremendo a loro piacere. Quando appare sullo schermo Fabrizio Corona, imprenditore e manager di paparazzi, Gandini lo mostra così come Corona vuole essere visto. Ossessionato dalle celebrità e dal loro potere ma celebrità lui stesso, molto attento a sottolineare la sua spregiudicatezza, un uomo solo contro il mondo che vede marcio attorno a lui e piuttosto che fuggirne lo strangola per diventare il re, esattamente come Tony Montana in Scarface, o, come dice Corona stesso, una versione moderna di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare a sé stesso. E’ un uomo che vive il paese che si trova attorno, un paese che molti italiani vorrebbero far finta non esistesse, mentre i Corona e i Mora ne scrivono la storia.
Videocracy sa essere sgradevole e potente perché non toglie lo sguardo di fronte al mondo che racconta. E colpisce anche per quello che non mostra. Nel film non esiste un’alternativa al mondo berlusconiano. Non c’è conflitto, è il racconto di un sistema solido e compiuto, che va dall’operaio al Papa, costruito in decenni di lavoro. L’opposizione, “la sinistra”, viene giusto citata dal premier in uno dei suoi discorsi pubblici, ma è come se non esistesse. Non sembra una forzatura, ma piuttosto un commento al fallimento di chi dichiara da decenni di voler creare un paese migliore di quello in cui viviamo. Ma Videocracy è un ottimo film ancora prima di essere un documento sulla vita italiana, un esempio di come sia necessaria un approccio lucido e senza pregiudizi per mostrare al pubblico qualcosa di significativo.